Chi siamo?
Siamo un gruppo di volontari che ha scelto di dedicare tempo ed energie a chi ne ha più bisogno.
Nati dall’incontro tra generazioni e culture, portiamo avanti un sogno semplice ma ambizioso: costruire ponti di solidarietà tra l’Italia e l’Etiopia, sostenendo l’istruzione delle bambine e ragazze nelle zone rurali del Wolaytta.
Crediamo nel potere dell’educazione come strumento di cambiamento e nell’importanza di agire concretamente, con piccoli gesti quotidiani che possano fare la differenza nella vita di chi ha meno opportunità.
Toni e Lina
Correva l’anno 2001, a marzo, in un articolo del Gazzettino di Venezia David Luciano, un dottore
del CUAMM di Padova, cercava un’ostetrica e una caposala per impostare il lavoro in un ospedale
di prossima apertura a Dubbo nel sud dell’Etiopia. Lina, infermiera di lungo corso con diploma
anche d’ostetricia, voleva fare un’esperienza tra i poveri. Antonio accondiscese per due motivi: il
primo perché quando una donna è fortemente motivata è meglio lasciarle spazio, il secondo era che
l’autore dell’articolo era un suo amico d’infanzia ma sconosciuto a Lina.
Fatto sta che dopo i colloqui del caso il CUAMM preferì qualche altra volontaria e Lina tornò
rassegnata alla casa di riposo di Pordenone presso la quale lavorava come libera professionista.
Poi tutto precipitò. Il CUAMM stesso si rifece vivo e in men che non si dica Lina era nel nuovo
ospedale di Dubbo.
Nella zona in cui opero le condizioni sono ancora più allarmanti data la mancanza di infrastrutture (strade, acqua potabile) e le precarie condizioni di vita (scarsissime opportunità di lavoro, malattie e sovrappopolamento). In mezzo a questo deserto di miseria sorge una piccola clinica voluta dal vescovo di Soddo in collaborazione con il CUAMM, un’organizzazione di medici volontari per l’Africa, per aiutare soprattutto mamme e bambini.
La clinica si trova a Dubbo, una zona ignorata anche dalle guide turistiche, considerata endemica per la malaria, parassiti intestinali, gastroenterite, meningite e febbre ricorrente dovuti alla povertà e alla mancanza di igiene e di elementari comportamenti e conoscenze utili alla prevenzione.
Forse ho potuto dare qualcosa grazie alla mia pregressa esperienza di 40 anni di lavoro nella sanità. Ma quello che ho ricevuto da loro va ben oltre tutto questo, comprensione, affetto, riconoscenza e collaborazione. Le tante ore di lavoro non mi pesano affatto in quanto non esiste una situazione di stress paragonabile alla nostra.
Vorrei concludere con una provocazione citando uno psicologo: l’uomo non è adulto finché non prende cura di sé, dell’altro e dell’ambiente. Fa specie constatare che i prodotti locali siano venduti ai mediatori a prezzi irrisori, per esempio un chilo di caffè viene venduto a 40 centesimi di euro. Considerando poi che il salario di un operaio è spesso inferiore a 50 centesimi di Euro al giorno viene spontanea la domanda: la globalizzazione porta vantaggio a questa gente o al contrario la mette al servizio di chi già possiede di più? Questa gente affamata e ammalata non ha niente da perdere ed è pronta ad arruolarsi in qualunque esercito che possa garantire un minimo di sussistenza.
Dopo due anni – stabili di Lina e intermittenti di Antonio – nel 2003 entrambi siamo rientrati in Italia dove Lina riprese il lavoro mentre Antonio pianificava il tempo della sua quiescenza: libri, camminate in montagna, appartamentino al mare (Caorle naturalmente) e più tempo da spendere in famiglia.
Niente di tutto questo: una bella operazione per un tumore alla prostata hanno mandato ko Antonio per un periodo, facendogli credere di dover dare l’addio definitivo e riposare in pace.
Tuttavia, finita la lunga e odiosa convalescenza e recuperate in buona parte le sue facoltà, arrivò stavolta a lui un invito a tornare in Etiopia per aprire una scuola professionale. Gli ideatori e i costruttori di questa scuola non sapevano a che santo appellarsi per la sua conduzione e sapevano che Antonio aveva svolto un ruolo importante in questo settore nel corso della sua vita professionale. Così lo invitarono a passare un breve periodo di tempo ad impostare la formazione e fu subito coinvolto nell’organizzazione e nella conduzione delle officine che affiancano la scuola professionale e nella gestione delle attività formative.
Accanto alla scuola di arti e mestieri scorgemmo subito una scuola femminile.
In novembre del 2006 moriva un cognato di Lina di 52 anni, Piero, una persona semplice che si prestava a dare una mano a tutte le iniziative paesane. Prima di morire aveva visto con piacere alcune foto che gli avevamo inviato. Al funerale raccolsero 8000 euro da devolvere a noi. È scattata la scintilla: buttiamoci a capofitto, istruiamo le ragazze e contribuiremo a cambiare la futura generazione. Subito si sono formati dei gruppi di sostenitori a Palse di Pordenone dove Piero viveva con la famiglia. I passaparola sono stati contagiosi. Ad un tratto ci troviamo accanto amici, famigliari, colleghi di lavoro che ci incoraggiano e ci aiutano. Insomma, avanti tutta: insegnanti accreditati, comitato dei genitori entusiasta, autorità pubbliche e religiose solidali, nuovo piano di ristrutturazione dei vecchi edifici e nuove aule, ecc.
Tutto sembra un miracolo realizzato -per di più- in breve tempo: quattro nuove aule, la sala multiuso, docce, bagni, lavatoi, nuovo pozzo d’acqua, mensa, salacucito e altre aule e laboratori. Le iscrizioni aumentano e la comunità di Konto ne
è soddisfatta. I fabbricati vengono sovvenzionati da vari gruppi: la Provincia di Bolzano, i frati
francesi e americani, anonimi di Pordenone. Poi amici dalla Sicilia, Campania, Marche, Puglie,
Lombardia, Veneto, Friuli, Alto Adige, Liguria. Siamo frastornati da tanta generosità e invogliati a continuare per non tradire la fiducia che tanta gente pone in noi.
Nel 2023 sono trascorsi 22 anni da quel primo viaggio in Etiopia, e nonostante per lungo tempo avessimo immaginato che la nostra permanenza sarebbe stata temporanea, siamo ancora qui. A volte fisicamente, altre volte solo con il pensiero, ma sempre con il cuore. Quando non possiamo essere presenti di persona, continuiamo a lavorare a distanza, a coordinare, a sostenere, a immaginare il futuro di questo progetto che è diventato parte della nostra vita a tutti gli effetti. Nel corso degli anni, il sogno si è allargato grazie al suo essere così ampiamente condiviso: accanto alla scuola professionale e a quella femminile si sono aggiunte scuole di ogni ordine e grado. È nata l’adorata Casa Famiglia, rifugio e punto di riferimento per quelle bambine in situazioni fortemente vulnerabili così come è nata anche una cooperativa di donne.
E, giorno dopo giorno, cresce il numero di bambine e bambini che possiamo sostenere nello studio, accompagnandoli verso un futuro che auspichiamo possa essere diverso e migliore.
Nel 2024 viene a mancare la presenza terrena di Lina ma come sottolineiamo con convinzione la sua mancanza fisica niente può alla forza della sua presenza spirituale, Lina è e c’è ancora un po’ dappertutto (per fortuna), guida le nostre azioni quotidiane locali e oltremare, nella sua amatissima Etiopia, dove siamo certi che sia lei a spingerci con dolce fermezza a continuare a stare dalla parte delle bambine e delle donne, a batterci insieme a loro proprio come ha fatto lei affinché abbiano tutto quello che la vita gli ha tolto, a non fermarsi davanti alle difficoltà affinché anche una sola ragazza possa accedere a quell’istruzione che le cambierà la vita.
Corre l’anno 2025 e la nostra storia con l’Etiopia continua.
Judy
Mi chiamo Judy ma a Konto -quartiere di Soddo, nel Wolayta- mi è istintivo voltarmi non appena sento chiamare “teacher” e quasi non mi giro quando per le strade risuona invece il più noto farenj (che in amarico significa “straniera”).
Mi chiamo Judy ma a Konto nel corso del tempo mi sono chiamata, anzi, mi hanno chiamata Judiye, Juju, Judiska, Judycho, per un momento persino Lucy.
Sono Judy ma a Konto sono anche “yeLina enna Antonio lijlij”: una delle innumerevoli nipoti acquisite da Lina e Antonio in terra etiope.
In tutta questa storia, il capitolo che mi riguarda si apre tra le pagine del 2017. Nell’agosto di quell’anno, con ancora vividi i ricordi della sudata maturità classica sostenuta a Pordenone, mi sono seduta attorno a un tavolo insieme a Lina e Antonio, relativamente ignara di chi fossero (alla luce del poi, direi paradossale per una friulana quasi compaesana). Mi sono alzata qualche ora dopo con in testa una combinazione di parole destinate a decidermi la vita: “tra un mese partiamo”.
Così, sul finire dei miei 18 anni ho incontrato per la prima volta l’Etiopia e ci siamo potute conoscere nel corso di un intero anno scolastico. Durante il tempo trascorso insieme, ho con-fuso i passi della sua gente con i miei, ho con-vissuto nella Family House e mentre insegnavo inglese sia in una primaria sia alla scuola dell’infanzia di Konto sono stata segnata dalle giovani vite di cui ho incrociato lo sguardo tra i banchi.
Come mi ritrovo spesso a dire, il 30% di me che sono riuscita a spingere a fatica sull’aereo di ritorno per l’Italia ha poi scelto di studiare. Senza la pretesa di de-finirmi, posso dire che oggi quindi sono un’antropologa “junior” perché avevo intravisto in quella laurea (Antropologia, Religioni e Civiltà orientali a Bologna) un biglietto di ritorno per l’Etiopia. Attualmente sono anche un’aspirante educatrice socio-culturale perché vedo tra gli insegnamenti di questa laurea il lasciapassare per tornare tra le ragazze della Family House in un modo non solo pieno di buona volontà e buon senso ma anche realmente capace e competente.
Come i grandi amori dei romanzi, io e l’Etiopia ci siamo sempre in un qualche modo mantenute, tenute per mano, in contatto ma siamo state tenute fisicamente lontane dalle intermittenze della vita, io le scrivevo lettere lunghe una tesi e lei cresceva in me la lingua, i gesti, le forme.
Dopo varie peripezie, nel 2023 ci siamo finalmente ritrovate in un abbraccio più da vicino, speranzose che possa essere solo uno dei tanti che ci aspettano prima del vissero per sempre felici e contente.
Marco
Marco
Dopo vent’anni dedicati al mondo imprenditoriale, ho scelto di voltare pagina prima ancora di raggiungere la pensione. Una decisione coraggiosa, maturata dalla consapevolezza che il successo professionale non basta se non si restituisce qualcosa alla società.
La mia esperienza nel mondo del business mi ha insegnato l’importanza della pianificazione, della determinazione e del lavoro di squadra. Ma soprattutto mi ha fatto capire che le competenze acquisite in una vita lavorativa possono diventare strumenti preziosi per chi ha bisogno di aiuto.
Oggi metto a disposizione delle comunità africane non solo il mio tempo, ma anche quella capacità organizzativa e quella visione concreta che mi derivano dagli anni da imprenditore. Affrontare le sfide dell’Africa richiede la stessa passione che si mette nel costruire un’impresa, ma con un obiettivo ancora più grande: costruire opportunità per chi parte da molto meno.
Per me questo non è un riposo anticipato, ma un nuovo inizio. Un modo per dare un senso più profondo alla mia vita e lasciare un’impronta che vada oltre i bilanci aziendali. Perché il vero successo si misura in sorrisi e in vite cambiate.
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